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Henri Caffarel (1897-1975), che è stato appena dichiarato venerabile, non fu solo una guida spirituale per le coppie fondando le Équipes Notre-Dame, ma un vero e proprio teologo del matrimonio. Partendo dall’esperienza concreta degli sposi, ha contribuito al riconoscimento del matrimonio come luogo teologico e via di santità. Ha messo in luce la sacramentalità dell’amore coniugale, la reciprocità come mediazione della grazia e la dimensione ecclesiale del focolare domestico. La sua opera, profondamente profetica, mostra che l’amore vissuto in Cristo diventa segno di Dio e intelligenza vivente del mistero cristiano.
È diventato abituale presentare l’abate Henri Caffarel come un grande maestro della spiritualità coniugale. La formula è corretta, ma rimane insufficiente se si dimentica ciò che implica sul piano teologico. Il suo contributo non consiste anzitutto nell’aver proposto consigli alle coppie né nell’aver costruito un metodo tra altri – per esempio, il modo di riunione delle Équipes Notre-Dame e il «dovere o piacere di sedersi». Egli ha contribuito a far riconoscere, nella Chiesa latina del xxe secolo, che il matrimonio cristiano doveva essere pensato a partire dalla sua grazia propria, dal suo dinamismo sacramentale e dalla sua vocazione alla santità. In questo senso, non si è limitato ad accompagnare le famiglie: ha aiutato la teologia a comprendere meglio ciò che il sacramento del matrimonio fa vivere.
I Dall’ascolto della parola degli sposi al discernimento di un cammino di santità
L’intuizione iniziale di padre Caffarel è semplice e forte. Egli partiva dalle domande concrete degli sposi: qual è il senso del loro amore, quale reale portata ha il loro consenso, come vivere cristianamente l’unione dei corpi, dei cuori, della parola, del tempo e della fecondità? Come pregare insieme? L’originalità del suo approccio sta qui. Non applicava alla vita coniugale un sistema astratto; si domandava semplicemente come il mistero di Cristo si lasci decifrare nell’esperienza stessa degli sposi. Un tale metodo è decisivo. Esso fa dell’esistenza coniugale non un semplice campo di applicazione di principi generali, ma un luogo teologico. Ciò che si vive nella fedeltà, nella pazienza, nel perdono, nel desiderio, nella gioia, nella ferita, nella preghiera e nel servizio reciproco diventa suscettibile di comprensione nella fede. Dio non è forse veramente presente nella relazione coniugale e familiare?
Questa scelta ha comportato uno spostamento rilevante. Per lungo tempo, la riflessione sul matrimonio era stata dominata dalla dottrina tomista dei «fini del matrimonio», dalla sua regolazione morale o dall’analogia giuridica del contratto. Caffarel, senza negare nulla di queste dimensioni, ha contribuito a rimettere al centro l’amore coniugale stesso. Lo ha fatto in modo originale sottolineando già – insieme a Paolo vi, durante l’incontro delle Équipes Notre-Dame a Roma nel 1970 – la dimensione del dono reciproco degli sposi e dell’accoglienza del figlio nella fede come dono di Dio. Questo ricentramento fu innovativo e profetico. Non perché esaltasse il sentimento, ma perché riconosceva nell’amore degli sposi una realtà umana chiamata ad essere assunta, purificata, elevata e configurata dalla grazia (cf. Gaudium et spes 49). In questo senso, egli accoglieva il Vaticano ii. Rifiutava dunque ogni opposizione semplicistica tra amore umano e amore divino. L’uno non è l’ostacolo dell’altro; ne è la via, purché sia aperto alla sua fonte e alla sua verità. Il matrimonio non è una concessione alla debolezza umana; è una via verso Dio.
II Una teologia del matrimonio: sacramentalità, reciprocità, ecclesialità
È qui che appare la portata propriamente teologica della sua opera. Per Caffarel, il sacramento non aggiunge dall’esterno un supplemento religioso a un affetto naturale già costituito. Trasforma l’esistenza coniugale dall’interno. Per la grazia del matrimonio, l’amore degli sposi diventa manifestazione privilegiata dell’amore di Cristo e della Chiesa. La famiglia è così chiamata a vivere di un mistero che la supera e tuttavia la abita. Il sacramento non abolisce né la carne, né la storia, né la psicologia; le assume per farle entrare in un disegno di salvezza. Così si illumina una delle affermazioni più nuove di Caffarel: il matrimonio è un cammino originale di santità. La santità non è più pensata qui come uscita dalla condizione coniugale, ma nel suo pieno compimento.
Questa comprensione del matrimonio è inseparabile da una teologia della reciprocità. Lo sposo e la sposa non sono soltanto uniti da un dovere comune; diventano, l’uno per l’altra, mediazione della grazia. Si rappresentano reciprocamente Cristo. Il sacramento «per la grazia dell’altro» apre ciascuno all’Altro che è Dio. Una tale formulazione è di grande densità. Essa significa che l’alterità coniugale non è soltanto il luogo di un limite o di una prova, ma anche quello in cui si rivela e si compie una promessa. Amare l’altro nella verità significa imparare che l’essere umano non possiede se stesso, che si realizza soltanto ricevendosi e donandosi. Il consenso, dunque, non è un atto puntuale, giuridico, chiuso nel passato; è un compito, un rinnovarsi quotidiano, una chiamata a lasciare che la carità plasmi tutta la vita comune. Esso testimonia anche l’importanza della libertà umana in ogni ricezione sacramentale.
Caffarel ha inoltre colto, con rara acutezza, la dimensione ecclesiale del matrimonio. La coppia non è soltanto beneficiaria di una grazia per sé; è una ricchezza per tutta la Chiesa. Già prima che il Concilio Vaticano ii sviluppasse la nozione di «Chiesa domestica», egli aveva mostrato che la comunità sponsale edifica la Chiesa secondo la sua misura propria. La famiglia cristiana è luogo di preghiera, di discernimento, di perdono, di ospitalità, di accoglienza della vita, di apprendimento della libertà e del dono. Essa rende visibile, nel tessuto ordinario dell’esistenza, qualcosa della comunione ecclesiale. Questa comprensione è anche profondamente eucaristica: l’offerta di Cristo chiama gli sposi a fare della loro comunione un dono offerto, ricevuto e continuamente rinnovato. Questa fecondità, inoltre, supera la sola generazione biologica. È spirituale nel senso forte: consiste nel donarsi, nel far vivere, nell’aprire uno spazio in cui altri possano essere accolti e crescere per la maggiore gloria di Dio.
III Una mistica radicata in un’antropologia teologica: una dinamica profetica
Da qui deriva anche l’importanza che egli attribuì ad alcune pratiche spirituali, in particolare alla preghiera coniugale e al «dovere di sedersi». Sarebbe un errore vedervi semplici esercizi metodologici. Essi appartengono in realtà a un’antropologia teologica. La coppia non vive di sola spontaneità. L’amore ha bisogno di verità; e la verità richiede il tempo di parlarsi, di ascoltarsi, di rileggere davanti a Dio ciò che si vive. «Conoscere per amare»: questa convinzione Caffarel la applica tanto alla relazione tra gli sposi quanto alla relazione con Dio. Così la spiritualità coniugale non si riduce al mantenimento di buoni sentimenti; diventa una scuola di presenza, di lucidità e di conversione. Anche in questo, il suo pensiero supera il quadro di un movimento. Esso offre alla teologia del matrimonio mediazioni concrete per pensare come la grazia operi nella libertà.
Un altro tratto merita di essere sottolineato. In Caffarel, la morale coniugale non procede anzitutto da una legge estrinseca; emerge da una mistica. Poiché il matrimonio è compreso come partecipazione al mistero pasquale di Cristo, la fedeltà, l’indissolubilità, il perdono, la castità coniugale, la fecondità e il servizio della vita acquistano tutto il loro rilievo. La norma cristiana non è soppressa; è interiorizzata. Diventa la forma stessa della carità. Caffarel ha così contribuito a superare un’opposizione sterile tra spiritualità e morale. Se l’esperienza coniugale è realmente assunta dal sacramento, allora porta in sé un dinamismo di santificazione che richiede una condotta corrispondente. La moralità del matrimonio non è estranea alla sua grazia; ne dispiega le esigenze.
Infine, occorre misurare quanto la visione di Caffarel sia stata profetica. Non dimentichiamo che i suoi scritti e le sue intuizioni, nati sotto Paolo vi, precedono i papi successivi che hanno parlato ampiamente del matrimonio. Molti temi che oggi si associano al rinnovamento teologico e pastorale sul matrimonio erano già presenti in lui sotto forma di intuizioni forti: la centralità dell’amore coniugale, la vocazione universale degli sposi alla santità, la sacramentalità di tutta la vita comune, la fecondità spirituale della coppia, l’importanza dell’accoglienza dei figli come «doni di Dio», l’articolazione tra matrimonio ed Eucaristia, il posto ecclesiale della famiglia, l’attenzione all’esperienza credente dei laici. Il merito di Caffarel non sta nell’aver formulato tutto con le categorie successive del magistero; sta nell’aver percepito, prima di molti altri, che il matrimonio non doveva più essere trattato come un sacramento minore o soltanto sociale, ma come un mistero cristiano a pieno titolo.
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Se la sua opera continua a portare frutto, è perché rimanda la Chiesa a una domanda sempre attuale: crediamo davvero che gli sposi, vivendo il loro amore in Cristo, rivelino qualcosa di Dio? Caffarel ha risposto senza esitazione. Sì, l’amore coniugale, quando accetta di essere assunto nella carità di Cristo, diventa segno, luogo di santificazione e parola teologica. Il suo contributo decisivo sta forse qui: nell’aver mostrato che l’esperienza coniugale cristiana, lungi dall’essere soltanto un oggetto di pastorale, è un’intelligenza vissuta del mistero di Dio.