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«Dio ha dato la scienza agli uomini affinché fosse glorificato nelle sue meraviglie» (Sir 38,6). È con questa citazione dal Siracide che si apriva Antiqua et nova, la nota pubblicata il 28 gennaio 2025 dal Dicastero per la Dottrina della Fede e dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, dedicata alle relazioni tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Questo testo appare ormai come una vera e propria preparazione dottrinale all’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV. Laddove Antiqua et nova poneva le basi antropologiche ed etiche del discernimento cristiano sull’IA, Magnifica Humanitas ne propone il prolungamento sociale, spirituale, politico ed economico.
Il presente dossier, che non vuole essere una guida alla lettura poiché l’enciclica è stata pubblicata solo poche ore fa, affronta alcune grandi sfide propriamente teologiche e antropologiche che questo testo incontra riguardo a « la protezione della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale »: trasformazione del lavoro, concentrazione dei poteri economici e tecnologici, mutamento delle forme di pensiero, ridefinizione dell’umano e sfide spirituali di una cultura dominata dalla tecnica. Attraverso queste questioni, Magnifica Humanitas appare già come una tappa fondamentale della dottrina sociale della Chiesa nell’era dell’intelligenza artificiale.
I La Chiesa di fronte alla sfida dell’intelligenza artificiale
L’enciclica di Leone XIV appare in un momento particolarmente critico della storia tecnologica contemporanea. Settant’anni dopo la comparsa dell’espressione «intelligenza artificiale» alla conferenza di Dartmouth del 1956, dopo diversi «inverni dell’IA» fatti di delusioni e disillusioni, i recenti progressi dei sistemi generativi hanno provocato una svolta spettacolare. La potenza di calcolo dei computer contemporanei, unita alla scoperta delle cosiddette architetture «transformer» nel 2017, ha reso possibile la comparsa dei Large Language Models (LLM), in grado di elaborare il linguaggio naturale con un’efficacia senza precedenti. Molti vedono già in questo una rivoluzione paragonabile all’invenzione della scrittura, della stampa o della macchina industriale.
Leone XIV colloca esplicitamente questa trasformazione nel solco delle res novae affrontate da Leone XIII: «la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stanno trasformando rapidamente e profondamente il nostro mondo» (Magnifica Humanitas, n. 4). Egli afferma inoltre che l’intelligenza artificiale non deve essere considerata «come un tema secondario né come un’emergenza da gestire, ma come una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale» (n. 17).
La posta in gioco fondamentale è quindi ben lontana da una semplice innovazione tecnica. Si pensi al mito di Icaro, che già raccontava dell’ambizione umana affascinata dal proprio potere: grazie alla tecnica inventata da Dedalo, l’uomo crede di potersi affrancare dalla propria condizione. Ma Icaro, inebriato dalla nuova possibilità di volare, dimentica la misura, si avvicina al sole e precipita verso la propria rovina. Il transumanesimo contemporaneo spesso rilegge questo mito al contrario: laddove la cultura antica vedeva un monito contro la smisuratezza, la nostra epoca celebra volentieri «l’Icaro che ha avuto successo», convinta che nessun limite debba rimanere insuperabile.
L’introduzione dell’enciclica conferisce a questa intuizione una profondità biblica: l’umanità si trova oggi di fronte a «una scelta decisiva: erigere una nuova torre di Babele o costruire la città dove Dio e l’umanità vivono insieme» (n. 1). Più avanti, il Papa mette in guardia contro «l’assolutizzazione dell’umano e la sua pretesa di autosufficienza» (n. 7).
Come Leone XIII dovette affrontare le conseguenze sociali della rivoluzione industriale in Rerum novarum, così Leone XIV è chiamato a fare luce su una nuova rivoluzione al tempo stesso industriale, cognitiva e culturale. Gli investimenti colossali messi in campo dagli Stati Uniti, dalla Cina e dalle grandi aziende tecnologiche dimostrano che l’IA è diventata una questione di potere mondiale. Anche se alcuni dubitano ancora della sostenibilità economica di questa nuova economia digitale e temono una gigantesca bolla speculativa, tutto indica che l’IA trasformerà profondamente il lavoro, l’istruzione, la ricerca, l’economia e persino il modo in cui l’uomo comprende se stesso.
II Le sfide della trasformazione del mondo del lavoro:
una rivoluzione paragonabile alla rivoluzione industriale
La prima sfida riguarda il lavoro umano. Sin da Rerum novarum, la dottrina sociale della Chiesa considera il lavoro non solo come un mezzo di sussistenza, ma come una dimensione essenziale della dignità della persona. Tuttavia, l’intelligenza artificiale stravolge questo rapporto con il lavoro.
Per la prima volta nella storia, una tecnologia non sostituisce più solo la forza fisica dell’uomo, ma tocca direttamente alcune funzioni intellettuali: redazione, traduzione, diagnosi, programmazione, ricerca documentaria, analisi giuridica, creazione grafica o musicale. L’automazione non riguarda più solo i compiti ripetitivi degli operai; raggiunge ormai le professioni qualificate e i mestieri della conoscenza.
Le conseguenze sociali potrebbero essere considerevoli. Molti temono l’emergere di una società in cui pochi detentori delle infrastrutture tecnologiche concentrerebbero le ricchezze, mentre gran parte dei lavoratori verrebbe economicamente emarginata. Tensioni paragonabili a quelle nate dalla rivoluzione industriale del XIXe secolo potrebbero allora riapparire sotto nuove forme.
Leone XIV sottolinea proprio che le nuove tecnologie «plasmano i processi decisionali e segnano profondamente l’immaginario collettivo» (n. 4). L’enciclica insiste inoltre sulla necessità di preservare «la dignità del lavoro nella transizione digitale» e di costruire «un’economia che valorizzi la dignità» (n. 157).
Diversi osservatori evocano già il rischio di una «espropriazione cognitiva» del lavoratore: l’uomo non sarebbe più protagonista della propria attività, ma semplice ausiliario di sistemi algoritmici che non controlla più. La questione non è quindi solo economica. Se il lavoro umano perde la sua dimensione creativa, relazionale e personale, allora è una parte dell’umanità stessa che rischia di essere compromessa.
Si capisce perché la Chiesa insista ormai sulla necessità di mantenere il primato della persona sulle logiche tecnicistiche e produttiviste. La tecnica non può diventare la misura dell’uomo. L’uomo vale più della sua utilità economica.
III Sfide finanziarie e politiche:
la concentrazione del potere tecnologico
L’IA rappresenta anche una sfida finanziaria e geopolitica colossale. Le somme investite in questo settore raggiungono livelli senza precedenti. Le grandi potenze mondiali considerano ormai l’intelligenza artificiale come uno strumento strategico fondamentale.
Ma questa concentrazione di potere solleva questioni senza precedenti. Alcune aziende private dispongono oggi di una capacità di influenza culturale, economica e politica che gli stessi Stati faticano talvolta a controllare. I dati personali, le infrastrutture digitali e le capacità di calcolo diventano i nuovi strumenti del potere.
Leone XIV osserva con preoccupazione che «i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi» (n. 5). Il Papa aggiunge che «il potere tecnologico assume così un volto inedito, essenzialmente privato» (n. 5).
Già nel 1990, Michel Schooyans aveva intuito questa evoluzione nel suo articolo pubblicato su NRT : «Nuovi poteri dell’uomo e istituzione politica1». Egli dimostrava già allora che le scienze non sono mai neutre: possono diventare strumenti di dominio quando sono integrate in sistemi economici e politici che cercano di organizzare la società a partire dal controllo tecnico del vivente. La sfida dell’epoca – padre Schooyans considerava allora la bioetica – era presentata come una sfida di governo degli uomini.
Oggi queste preoccupazioni assumono una nuova portata. L’IA potrebbe diventare uno strumento di sorveglianza di massa, di manipolazione delle opinioni, di controllo dei comportamenti o di automazione delle decisioni politiche e militari. I dibattiti sulle armi autonome, sui sistemi predittivi o sulla disinformazione generata dall’IA dimostrano che la questione non è più teorica.
Léon XIV ricorda quindi che la tecnica non può essere lasciata solo agli ingegneri, ai finanzieri o agli interessi geopolitici. Le scelte tecnologiche implicano una certa visione dell’uomo e della società. Richiedono quindi un discernimento morale e politico.
Léon XIV ricorda quindi che le scelte tecnologiche implicano una certa visione dell’uomo e della società. Esse richiedono quindi un discernimento morale e politico. «È necessario avviare un discernimento comune capace di radicarsi nei fondamenti spirituali e culturali delle trasformazioni in corso» (n. 6).
IV Sfide cognitive:
la tentazione di ridurre il pensiero al calcolo
L’IA solleva poi sfide cognitive di notevole portata. I sistemi generativi producono testi, immagini, ragionamenti e analisi che a volte danno l’impressione di una vera e propria intelligenza. Molti arrivano così a identificare il pensiero umano con un semplice trattamento algoritmico dell’informazione. Ma ridurre il pensiero al trattamento dell’informazione rischia di modificare progressivamente la nostra stessa comprensione dell’intelligenza umana.
Il pericolo è quindi duplice. Da un lato, sopravvalutare le reali capacità delle macchine; dall’altro, e in modo ancora più profondo, sottovalutare l’intelligenza umana stessa. Una cultura dominata dalle logiche algoritmiche potrebbe abituare l’uomo a un pensiero frammentato, rapido, automatizzato e dipendente dai sistemi digitali.
Léon XIV denuncia esplicitamente «la pretesa di un linguaggio unico – compreso quello digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni» (n. 10).
Antiqua et nova ricordava già che l’intelligenza umana non può essere assimilata a una potenza di calcolo. L’uomo non è un semplice processore di informazioni: la sua intelligenza è incarnata, relazionale, aperta alla verità, al bene, alla bellezza e a Dio.
Le giovani generazioni stanno del resto iniziando a esprimere una forma di inquietudine o di stanchezza di fronte a queste tecnologie onnipresenti. In diverse università americane si sono manifestate reazioni ostili quando l’IA viene presentata come il futuro inevitabile dell’istruzione. Molti intuono vagamente che l’uso massiccio di questi strumenti trasformerà non solo i contenuti del sapere, ma anche le strutture stesse dell’attenzione, della memoria e del ragionamento.
V Le sfide propriamente umane:
l’uomo ridotto alla performance
Dietro questi sviluppi emerge una questione ancora più profonda: che cos’è l’uomo? L'intelligenza artificiale non trasforma solo gli strumenti; modifica il modo in cui l'uomo comprende se stesso. Il sogno transumanista di un uomo potenziato, liberato dai suoi limiti biologici, tende progressivamente a considerare la vulnerabilità, la dipendenza, l'invecchiamento o persino la mortalità come semplici difetti tecnici da correggere.
In «La teologia del dono alla prova della perfectibilità transumanista dell’uomo2», Odilon-Gbènoukpo Singbo mostra che questa logica trasforma profondamente il rapporto dell’uomo con se stesso: la vita non è più percepita come un dono, ma considerata come un materiale programmabile e perfettibile.
La tradizione cristiana afferma invece che la vulnerabilità appartiene alla verità dell’uomo. L’essere umano non si definisce né per la performance né per l’efficacia. È un essere relazionale, chiamato alla comunione, alla filiazione e al dono di sé.
L’enciclica insiste con forza su questo punto: «la vera realizzazione non nasce dall’eliminazione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa» (n. 12). Leone XIV mette in guardia contro «l’illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità» (n. 12).
Ecco perché il discernimento cristiano sull’IA non consiste nell’opporre l’uomo alla macchina, ma nel difendere l’integralità dell’umano. La grandezza dell’uomo risiede meno nella sua potenza che nella sua capacità di conoscere, amare, contemplare ed entrare in relazione.
VI Le sfide spirituali:
la «Pasqua della tecnica»
Queste domande conducono infine a una sfida spirituale decisiva. Una società affascinata dalle prestazioni delle macchine rischia progressivamente di dimenticare le dimensioni contemplative, morali e spirituali dell’esistenza umana.
Antiqua et nova metteva già in guardia contro una civiltà in cui la macchina sarebbe diventata il modello implicito dell’uomo. Una cultura dominata dall’efficienza algoritmica potrebbe perdere il senso della gratuità, del silenzio, della contemplazione e persino della verità.
Questa preoccupazione si ricollega a un’intuizione molto antica della tradizione cristiana, in particolare in sant’Agostino. Per lui, l’incontro tra la fede cristiana e la cultura antica non consiste né nel rifiutare la cultura né nell’assolutizzarla. Egli parla di una vera e propria «Pasqua della cultura».
Nel De doctrina christiana, Agostino riprende l’immagine biblica delle «spoglie degli Egiziani ». Così come gli Ebrei portarono con sé le ricchezze dell’Egitto durante l’Esodo, i cristiani possono riprendere le ricchezze intellettuali, filosofiche e artistiche delle culture umane per metterle al servizio della verità. Le scienze, le arti e le tecniche non sono quindi condannate in sé. Ma devono essere purificate e riorientate.
Questo riorientamento presuppone proprio un passaggio pasquale. La cultura deve attraversare il Mar Rosso. Non può salvarsi da sola. Deve accettare di essere giudicata, purificata e superata da una verità che non proviene da sé stessa.
Leone XIV riprende direttamente questa prospettiva agostiniana quando contrappone Babele a Gerusalemme: «La prima scelta non sta tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra costruire Babele o ricostruire Gerusalemme» (n. 9). Il Papa invita a evitare «la sindrome di Babele» (n. 10).In La Città di Dio, Agostino mostra già che una civiltà può essere estremamente raffinata e tuttavia spiritualmente malata. Roma rappresenta un’immensa potenza politica, giuridica e tecnica; ma questa grandezza rimane ambigua quando si chiude alla verità di Dio. Il progresso tecnico non garantisce mai il progresso morale.
La cultura non è più letteraria e artistica, è tecnologica e «artificiale». L’IA rappresenta indubbiamente una straordinaria produzione dell’intelligenza umana. Ma la questione rimane agostiniana: questa potenza conduce l’uomo verso una maggiore verità, comunione e saggezza, o rischia invece di alimentare l’illusione di un’umanità diventata autosufficiente?
La «Pasqua della cultura» è oggi «Pasqua della tecnica»: questa deve passare attraverso una conversione. Deve riconoscere che non è fine a se stessa. La cultura umana non trova il suo compimento né nella potenza né nel dominio totale, ma in ciò che la supera e tuttavia la attrae.
Per Agostino, questo centro è Cristo. Non come limite esterno imposto alla cultura, ma come verità interiore che la orienta e la realizza. Cristo non abolisce l’intelligenza umana; le dà la sua giusta misura e la sua vera finalità.
VII Una nuova tappa della dottrina sociale della Chiesa:
in risposta al cambiamento d’epoca
Magnifica Humanitas appare così come il culmine di un lavoro dottrinale intrapreso da diversi anni dai dicasteri romani. L’enciclica non condanna l’intelligenza artificiale in quanto tale. Cerca piuttosto di illuminare le scelte contemporanee a partire da un’antropologia cristiana integrale.
La Chiesa non può accontentarsi di uno sguardo esterno o puramente morale su queste tecnologie. Deve innanzitutto comprendere il fenomeno in tutta la sua ampiezza: le sue promesse, i suoi pericoli, il suo carattere probabilmente irreversibile e le trasformazioni antropologiche che comporta.
La posta in gioco è immensa: trasformazione del lavoro, concentrazione finanziaria e geopolitica del potere, mutamento delle forme di pensiero, ridefinizione dell’umano, crisi spirituale della cultura contemporanea.
Ecco perché molti attendevano questa enciclica come una nuova formulazione della dottrina sociale della Chiesa nel momento decisivo dell’intelligenza artificiale. Di fronte a una rivoluzione che ormai tocca lo stesso spirito umano, la Chiesa intende ricordare che «abbiamo il dovere urgente di rimanere profondamente umani» (n. 15).

Bruegel, in La caduta di Icaro, dipinge il momento in cui il sogno prometeico svanisce nell’indifferenza del mondo. Icaro non occupa quasi spazio nel quadro: solo le sue gambe emergono ancora dal mare, mentre il contadino continua il suo lavoro, il pescatore prosegue il suo compito e la nave avanza verso l’orizzonte. Il fascino per la potenza tecnica può far dimenticare l’essenziale: la verità concreta della condizione umana, il lavoro, la relazione, la fragilità, l’attenzione al reale. Allo stesso tempo, mentre l’uomo contempla la propria potenza tecnologica, può diventare cieco alla silenziosa caduta della sua umanità. L’enciclica di Leone XIV è davvero benvenuta!
Alban Massie s.j., Emmanuel Tourpe
Note a piè di pagina
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1 M. Schooyans, « Nuovi poteri dell’uomo e istituzione politica », NRT 112 (1990), pp. 516-534.
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2 O. Gbènoukpo Singbo, « La teologia del dono alla prova della perfectibilità transumanista dell’uomo », NRT 143 (2021), pp. 275-289.