Di fronte alla crisi del liberalismo, sono emerse due risposte ideologiche: la cultura woke e il post-liberalismo. Una pone l’accento sull’identità e sulla memoria riparatrice, l’altra sulla comunità e sulla tradizione. Entrambe si basano su antropologie parziali. La Dottrina Sociale della Chiesa offre un’alternativa integrale fondata sulla dignità umana, il bene comune e la fraternità universale.
Durante i primi decenni del xxi secolo, il dibattito intellettuale, politico e culturale negli Stati Uniti è stato caratterizzato dall’emergere di due ideologie principali che, sebbene apparentemente opposte, condividono una radice comune: l’insoddisfazione nei confronti del paradigma liberale ereditato dalla modernità1. Da un lato, la cosiddetta cultura woke ha messo in evidenza le insufficienze del liberalismo classico nel rispondere alle ferite storiche della schiavitù, del razzismo strutturale, della discriminazione di genere e delle esclusioni sociali che permangono nella società. Dall’altro, il movimento denominato post-liberale cerca di trascendere l’ordine liberale, denunciando l’insufficienza dell’individualismo e il potere corrosivo dei mercati deregolamentati e proponendo invece il protezionismo economico, come una rivalutazione della comunità, della tradizione e, in alcuni casi, di un ruolo confessionale della religione nella vita pubblica.
Il liberalismo politico, basato sul primato dell’autonomia individuale, sulla neutralità dello Stato e sul libero mercato, sta affrontando una crisi di legittimità. Le crescenti disuguaglianze economiche, il disincanto democratico, l’erosione della fiducia nelle istituzioni e la frammentazione culturale hanno indebolito la promessa liberale di libertà, uguaglianza e prosperità. La crisi finanziaria del 2008 e quella seguita all’epidemia di Coronavirus hanno intensificato questa percezione, acuendo la polarizzazione ideologica negli Stati Uniti.
In questo contesto, sia la cultura woke che il post-liberalismo si presentano come risposte alternative. La prima insiste sulla centralità dell’identità individuale e sulla necessità di una memoria storica riparatrice, ma spesso si espone al relativismo e alla disconnessione dalla realtà. Il secondo sottolinea l’importanza del bene comune (inteso come bene della mia comunità) e del cosiddetto ordo amoris (prima io, poi la mia famiglia e poi il mio Paese, senza preoccuparmi troppo della sorte del resto del mondo), scivolando verso tentazioni autoritarie o verso un integralismo che contraddice la legittima pluralità della vita moderna.
Di fronte a queste alternative incomplete o problematiche, la Dottrina Sociale della Chiesa offre una visione più completa. Dalla Rerum novarum (1891) a Fratelli tutti (2020), il Magistero ha insistito sull’inseparabilità della dignità della persona umana e della sua dimensione sociale. La Chiesa ha denunciato le false antropologie che riducono l’essere umano a consumatore, ma ha anche messo in guardia contro quelle che diluiscono la verità universale in una molteplicità inconciliabile di identità. Ha invece proposto un cammino basato sulla fraternità universale, sulla solidarietà e sul bene comune correttamente inteso, come bene della famiglia umana, a sua volta composta da persone concrete.
Nel 2018, nell’enciclica Gaudete et exultate (capitolo 2), Papa Francesco ha spiegato che è importante allontanarsi da due tentazioni: lo gnosticismo che non vuole guardare la realtà, e il pelagianesimo, che pensa che ci guadagniamo il paradiso con i nostri sforzi e meriti. Di fronte alla cultura woke che sostiene, tra le altre cose, la decisione personale sul proprio genere, e al post-liberalismo che vuole imporre in modo autoritario un unico codice di comportamento per essere considerati veri patrioti, la Dottrina Sociale della Chiesa ricorda la superiorità della realtà su un’ideologia (Evangelii Gaudium 231) e la gioia dell’annuncio del Vangelo, che è un incontro con la persona di Gesù, che ci invita a seguirlo (EG 1)
La mia tesi centrale è che né la cultura woke né il post-liberalismo offrono una risposta sufficiente alla crisi contemporanea, perché entrambi operano sulla base di antropologie parziali o difettose. Il primo assolutizza l’identità al punto da frammentare l’universalità, mentre il secondo rischia di strumentalizzare la religione a fini di potere. La proposta del Vangelo, invece, sviluppata nella Dottrina Sociale della Chiesa, permette di mantenere uniti il rispetto per ogni persona, l’apertura a tutti i popoli e la ricerca di un bene comune che non esclude nessuno.
I Contesto storico e culturale: la crisi del liberalismo
A partire dal xix secolo, il liberalismo si è affermato in Occidente come visione dominante del mondo, articolando un progetto politico basato su tre pilastri fondamentali: la centralità dell’autonomia individuale, la limitazione del potere statale e l’organizzazione della vita economica attraverso il mercato. Questo modello, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, è diventato l’orizzonte normativo delle democrazie occidentali, con risultati indubbiamente positivi: ampliamento dei diritti civili e politici, crescita economica sostenuta, riduzione della povertà in alcuni contesti e consolidamento di regimi democratici relativamente stabili.
Tuttavia, dalla seconda metà del xx secolo hanno cominciato a manifestarsi tensioni interne che sarebbero diventate più evidenti con il passare del tempo. La prima di queste tensioni riguarda l’eccessiva fiducia nell’individualismo. Il liberalismo classico ha celebrato la libertà come assenza di interferenze esterne, ma rendendo assoluta questa nozione impoverente di libertà ha finito per indebolire i legami comunitari e le istituzioni intermedie che danno senso alla vita sociale. L’ascesa del consumismo e dell’individualismo possessivo ha ridotto l’essere umano a consumatore autonomo, dimenticando la sua dimensione relazionale e trascendente.
La seconda tensione deriva dalla dinamica del capitalismo globalizzato. L’esaltazione del libero mercato, specialmente nella sua versione neoliberista, ha portato a una crescente disuguaglianza, alla precarietà del lavoro e alla mercificazione di ambiti della vita umana che dovrebbero essere protetti dalla logica del profitto. La crisi finanziaria del 2008 ha mostrato le fragilità di questo sistema, rivelando che i mercati mancano di meccanismi interni che li orientino verso il bene comune. Come ha sottolineato Benedetto xvi nella Caritas in veritate, l’economia non può funzionare prescindendo dall’etica, perché altrimenti diventa fonte di esclusione e sofferenza: «La convinzione poi della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo» (CV 34).
La terza tensione si manifesta in ambito culturale e politico. La neutralità liberale rispetto ai valori voleva garantire uno spazio comune per la convivenza plurale, ma nella pratica ha portato a una sorta di vuoto morale. Rinunciando a proporre un orizzonte di senso condiviso, il liberalismo ha aperto la porta alla frammentazione culturale e al relativismo. Così, la vita pubblica si è impoverita, ridotta all’ambito della gestione tecnica o del confronto di interessi individuali, senza un linguaggio comune per parlare del bene, della verità o della giustizia.
Queste tensioni si sono acuite con l’avvento del xxi secolo. Il disincanto nei confronti della politica, la polarizzazione, la sfiducia nelle istituzioni, l’espansione dei movimenti populisti e nazionalisti e l’impatto della rivoluzione digitale hanno accelerato la percezione che il liberalismo avesse perso la sua capacità di integrare le società. È in questo contesto che emergono sia la cultura woke che il post-liberalismo: due tentativi di rispondere alla crisi, ma che si muovono in direzioni opposte.
La cultura woke sottolinea la necessità di riconoscere le ingiustizie storiche e di dare voce a coloro che sono stati messi a tacere dalla narrativa dominante. Allo stesso tempo, il post-liberalismo cerca di superare il vuoto morale liberale rivalutando il bene comune, la tradizione e il ruolo della religione nella vita pubblica.
Così, la crisi del liberalismo non solo ha indebolito l’ordine politico ed economico ereditato, ma ha anche aperto lo spazio a proposte alternative, ciascuna con intuizioni valide ma anche con pericoli intrinseci. L’analisi di questi movimenti richiede quindi non solo una critica culturale o politica, ma anche una riflessione antropologica ed etica di fondo. Ed è qui che la Dottrina Sociale della Chiesa offre un orizzonte più equilibrato e universale, in grado di integrare le legittime preoccupazioni per la giustizia e la comunità senza cadere negli estremi del relativismo o dell’autoritarismo.
II L’emergere della cultura woke
Il termine woke, originariamente utilizzato nella cultura afroamericana per esprimere la necessità di essere «svegli» di fronte alle ingiustizie del razzismo. Si è evoluto fino a diventare un concetto ampio che designa un atteggiamento di permanente allerta di fronte a qualsiasi forma di discriminazione, esclusione o disuguaglianza sociale. Sebbene la radice del fenomeno sia legittima – la difesa della dignità delle persone e delle comunità storicamente emarginate –, il modo in cui la cultura woke si è diffusa rivela sia punti di forza che limiti significativi.
- Origini storiche ed espansione culturale
Il movimento woke ha origine nelle lotte per i diritti civili negli Stati Uniti durante la seconda metà del xx secolo. La denuncia del razzismo strutturale e l’affermazione della parità di diritti per la popolazione afroamericana hanno portato a una maggiore consapevolezza della necessità di rendere visibili le situazioni di esclusione. Successivamente, questo quadro si è esteso ad altri ambiti: inter alia, femminismo, diversità sessuale, riconoscimento delle minoranze etniche e religiose, difesa delle persone con disabilità.
Nel xxi secolo, i social media hanno svolto un ruolo decisivo nell’espansione di questa cultura. Piattaforme come Twitter, Facebook e Instagram hanno permesso di amplificare le voci di gruppi storicamente messi a tacere, di generare movimenti globali come #MeToo o Black Lives Matter e di creare comunità transnazionali articolate attorno a cause comuni. Il concetto di essere woke è quindi passato dall’essere un termine di nicchia a diventare un emblema culturale globale.
Non c’è dubbio che il fenomeno woke abbia avuto effetti positivi. Ne ricordiamo qualcuno:
- Sensibilizzazione sulle ingiustizie storiche: mettendo in primo piano il razzismo, il sessismo e altre forme di discriminazione, ha generato un cambiamento nella percezione pubblica. Oggi è socialmente inaccettabile ciò che pochi decenni fa era tollerato o messo a tacere.
- Rafforzamento delle minoranze: i gruppi tradizionalmente emarginati hanno trovato in questo contesto un linguaggio per esprimere le loro richieste e uno spazio per organizzarsi collettivamente.
- Revisione critica della storia: la richiesta di rivedere il passato alla luce delle vittime ha aperto un necessario dibattito sulla memoria storica e sulle narrazioni ufficiali.
- Espansione globale della solidarietà: cause che nascono in contesti locali hanno acquisito risonanza mondiale, mostrando l’interconnessione delle lotte per la giustizia.
- Limiti e rischi del movimento
Nonostante i suoi contributi, la cultura woke presenta dei limiti che devono essere segnalati:
- Riduzione dell’identità: assolutizzando l’appartenenza a un gruppo (razza, genere, orientamento sessuale, ecc.), si corre il rischio di ridurre la ricchezza della persona a un unico tratto. Questa tendenza contraddice la visione cristiana dell’essere umano come persona unica e irripetibile, la cui dignità trascende qualsiasi categoria sociologica.
- Relativismo morale: nella misura in cui ogni gruppo rivendica la propria «verità» e la propria narrazione, diventa difficile la possibilità di un orizzonte etico condiviso. La nozione di verità oggettiva si diluisce in una pluralità di prospettive inconciliabili.
- Cancel culture: la pratica di «cancellare» coloro che esprimono opinioni considerate offensive ha generato un clima di intolleranza e paura. Invece di promuovere il dialogo e la conversione, si impone l’esclusione e il silenzio.
- Frammentazione sociale: enfatizzando le differenze rispetto ai legami comuni, la cultura woke può alimentare il tribalismo e indebolire la coesione sociale.
- Il discernimento dalla Dottrina Sociale della Chiesa
La Chiesa condivide alcune intuizioni della cultura woke, in particolare la necessità di riconoscere e riparare le ingiustizie storiche, nonché la centralità della dignità umana. In Fratelli tutti, Papa Francesco condanna esplicitamente il razzismo e ogni forma di disprezzo verso l’altro, ricordando che «Lo scarto, inoltre, assume forme spregevoli che credevamo superate, come il razzismo, che si nasconde e riappare sempre di nuovo» (FT 20). Allo stesso modo, la Dottrina Sociale della Chiesa ha insistito sull’opzione preferenziale per i poveri e gli emarginati, che implica dare voce a coloro che sono stati emarginati.
Tuttavia, la Chiesa mette in guardia contro gli eccessi che possono sorgere quando la giustizia viene ricercata senza riferimento alla verità universale e al bene comune. Come sottolinea la Gaudium et spes, la vera comunità umana si fonda sul rispetto della persona umana (GS 25), e ciò richiede un’antropologia che riconosca l’essere umano non solo nella sua identità particolare, ma nella sua vocazione universale alla comunione.
- Verso il superamento della logica woke
La Dottrina Sociale della Chiesa non nega le legittime preoccupazioni della cultura woke, ma le integra in un orizzonte più ampio. Invece della riduzione identitaria, propone la fraternità universale; invece del relativismo, la verità del Vangelo; invece della cancellazione, il perdono e il dialogo; invece della frammentazione, il bene comune.
In questo senso, Fratelli tutti costituisce un’alternativa al fenomeno woke: riconosce la sua preoccupazione per la giustizia, ma avverte che l’individualismo indifferente e spietato in cui siamo caduti non è la via: «L’individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli. La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità» (FT 105). Solo dall’apertura all’altro come fratello – al di là di qualsiasi categoria identitaria – è possibile costruire una società giusta e riconciliata.
III Il movimento post-liberale
Il fenomeno noto come post-liberalismo ha acquisito forza negli ultimi anni, specialmente negli Stati Uniti, ma con risonanze anche in Europa e in America Latina. Si tratta di una corrente intellettuale e politica che nasce dalla convinzione che il liberalismo non solo attraversi una crisi congiunturale, ma sia ormai esaurito come progetto di civiltà. Da questo punto di vista, la modernità liberale ha fallito perché, basandosi su un’antropologia individualista e su una concezione riduttiva della libertà, ha minato le fondamenta stesse della vita comunitaria, dell’ordine politico stabile e della piena realizzazione umana.
- Proposte del post-liberalismo
Autori come Patrick Deneen (autore di Why Liberalism Failed e Regime Change: Toward a Postliberal Future), Adrian Vermeule (autore di Common Good Constitutionalism) o Russell Ronald Reno (editore di First Things) sono esponenti di spicco del post-liberalismo, che non costituisce un’ideologia unica né una dottrina chiusa, ma un movimento plurale composto da correnti diverse che condividono una critica comune al progetto liberale.
Secondo i post-liberali, il liberalismo ha raggiunto il limite della propria logica, producendo molteplici forme di fallimento: politico, perché genera società paralizzate e frammentate; economico, perché aumenta le disuguaglianze e concentra la ricchezza nelle mani di pochi; morale, perché erode i valori tradizionali che hanno sostenuto la civiltà occidentale.
Sebbene provengano da tradizioni diverse – conservatrice, socialista, comunitarista e repubblicana – i post-liberali condividono diverse critiche al sistema attuale. Rifiutano lo statalismo, il consumismo, la presunta neutralità dello Stato, la rigida divisione tra destra e sinistra e la concezione puramente negativa della libertà. Al contrario, promuovono principi come il bene comune, la sussidiarietà, la virtù civica e la ricostruzione di un’economia più comunitaria, organizzata attraverso corporazioni e reti locali.
Nella loro analisi, la sinistra occidentale ha dato priorità alle politiche di emancipazione individuale rispetto a quelle di solidarietà, mentre la destra occidentale si è concentrata sull’individuo, indebolendo il senso di comunità. Criticano anche gli effetti della globalizzazione, che ha destabilizzato la classe media e le comunità suburbane, indebolendo la coesione nazionale.
Ispirandoci ad Adrian Pabst, autore di Postliberal Politics: The Coming Era of Renewal (2021), potremmo identificare tre grandi correnti interne al post-liberalismo: nazional-conservatori (conservatori sul piano sociale ma liberali su quello economico), integralisti religiosi (che combinano un’economia post-liberale con uno Stato-nazione in cui la religione gioca un ruolo centrale) e comunitaristi pluralisti (che difendono una visione personalista e comunitaria).
Un elemento comune alle tre correnti è il loro rifiuto dell’individualismo estremo e della proliferazione dei diritti individuali concepiti come crediti che, secondo loro, frammentano la società, erodono l’identità collettiva, aumentano le disuguaglianze e favoriscono la dissoluzione degli Stati sotto la pressione della globalizzazione.
Ad eccezione dei nazional-conservatori, i post-liberali difendono un ruolo più attivo dello Stato nell’economia, in contrapposizione al libero mercato. Ritengono che il liberalismo abbia prodotto un modello di Stato-mercato, in cui le relazioni umane sono ridotte a transazioni monetarie e l’economia è scollegata dalla vita sociale.
In ambito sociale, propongono di ripristinare la famiglia tradizionale come base della società, il che si traduce in un’opposizione esplicita al matrimonio tra persone dello stesso sesso, alla teoria di genere e all’aborto, difesi invece dalla cultura woke. Vedono il progresso dei diritti LGBTQIA+ come un riflesso dell’influenza delle élite liberali.
Infine, alcuni autori propongono la strategia di ritirarsi in piccole comunità come spazi di resistenza culturale, con l’intenzione di ricristianizzare l’Occidente dalla base.
La loro critica al liberalismo è profonda e lo accusano di aver instaurato un «totalitarismo soft», che si impone in modo sottile attraverso le istituzioni e la cultura dominante.
In sintesi, i post-liberali hanno articolato diverse proposte:
- Recupero del bene comune come principio guida: lo Stato dovrebbe smettere di essere neutrale e assumere un ruolo attivo nella promozione di una concezione sostanziale del bene comune, inteso come bene della comunità nazionale.
- Rivalutazione della legge naturale e della virtù: la politica non può limitarsi alla gestione degli interessi, ma deve orientare la vita sociale verso la realizzazione della natura umana e la coltivazione delle virtù civiche e morali.
- Rafforzamento della comunità e della tradizione: di fronte alla dissoluzione dei legami sociali, il post-liberalismo sottolinea la centralità della famiglia, della comunità locale e della trasmissione dei valori tradizionali.
- Reintegrazione della religione nella sfera pubblica: si rivendica il ruolo del cristianesimo – e in particolare del cattolicesimo – come fondamento culturale e morale indispensabile per la vita sociale e politica.
In alcuni casi, queste proposte si traducono in visioni politiche vicine all’integralismo, che sostengono la necessità che lo Stato riconosca formalmente il primato della fede cattolica e subordini le leggi civili ai principi della legge divina.
- Rischi e limiti
Sebbene il post-liberalismo abbia ragione nel segnalare le carenze del liberalismo contemporaneo, le sue proposte presentano diversi rischi:
- Tentazione autoritaria: volendo sostituire la neutralità liberale con un ordine politico esplicitamente confessionale, si corre il rischio di imporre la fede invece di proporla, violando la libertà religiosa e la legittima autonomia della sfera politica.
- Idealizzazione del passato: alcuni discorsi post-liberali, come Rob Dreher nel suo libro The Benedict option: a strategy for christians in a post-christian nation (2017), o Edmund Waldstein nel suo libro Integralism and the Common Good (2022), tendono a idealizzare la cristianità medievale come modello, senza riconoscere sufficientemente le sfide del pluralismo contemporaneo né le lezioni apprese in materia di diritti umani.
- Ambiguità del bene comune: quando si parla di «bene comune», non è sempre chiaro se si intenda l’insieme delle condizioni che consentono a tutti di prosperare o un progetto ideologico definito da un gruppo dominante. Questa ambiguità può portare a esclusioni o strumentalizzazioni.
- Rischio di polarizzazione: presentandosi come alternativa frontale al liberalismo, il post-liberalismo può contribuire alla polarizzazione ideologica invece di gettare ponti in società già frammentate.
- Il discernimento ecclesiale
La Dottrina Sociale della Chiesa condivide alcune preoccupazioni del post-liberalismo: critica l’individualismo, denuncia le ingiustizie del mercato deregolamentato, sottolinea la centralità del bene comune (nel senso della ricerca del bene per la famiglia di tutti i popoli) e rivendica la dimensione comunitaria dell’essere umano.
Tuttavia, la Chiesa cattolica non può avallare un ritorno a modelli di cristianesimo che confondono la sfera spirituale e temporale. Come ricorda il Concilio Vaticano ii nella Gaudium et spes 36, la comunità politica e la Chiesa sono autonome e ciascuna è competente nel proprio ambito, anche se devono cooperare nella promozione del bene della persona.
Il vero contributo della Chiesa cattolica non consiste nell’imporre un ordine politico concreto, ma nell’illuminare la vita sociale e orientare le strutture verso la giustizia, la solidarietà e la fraternità, offrendo il Vangelo in una logica di dialogo e di incontro con il mondo attuale, con i suoi linguaggi e i suoi riferimenti culturali. In questo senso, Fratelli tutti costituisce una correzione al post-liberalismo: riconosce la necessità di superare il liberalismo individualista, ma mette in guardia contro il nazionalismo esclusivo e l’autoritarismo. Papa Francesco ci chiama a costruire un’amicizia sociale che non escluda nessuno e che riconosca la dignità di tutti, indipendentemente dal credo o dall’appartenenza culturale.
IV L’antropologia cristiana di fronte alle false antropologie
Sullo sfondo sia della cultura woke che del post-liberalismo troviamo ciò che la Dottrina Sociale della Chiesa identifica come antropologie difettose. In altre parole, dietro i dibattiti culturali e politici si celano concezioni parziali o errate di ciò che significa essere umani. La Chiesa insiste sul fatto che ogni proposta sociale, politica o economica deve fondarsi su una comprensione adeguata della persona, creata a immagine di Dio, dotata di dignità inviolabile e chiamata alla comunione.
- L’individualismo liberale
Il liberalismo, nella sua forma classica e neoliberista, ha promosso una visione dell’essere umano come individuo autonomo, definito principalmente dalla sua capacità di scelta. L’ideale della libertà negativa – intesa come assenza di coercizione – ha portato a una riduzione dell’essere umano a consumatore di beni e servizi. Questa antropologia sfocia nell’homo œconomicus, che prende decisioni guidato dal proprio interesse e dalla conseguente ricerca della massimizzazione del profitto.
La Chiesa ha ripetutamente criticato questa visione riduttiva. Già nella Quadragesimo anno (1931), Pio xi avvertiva che
Se non che la libera concorrenza, quantunque sia cosa equa certamente e utile se contenuta nei limiti bene determinati; non può essere in alcun modo il timone dell’economia; il che è dimostrato anche troppo dall’esperienza, quando furono applicate nella pratica le norme dello spirito individualistico. (QA 89)
Benedetto xvi, nella Caritas in veritate, ha sottolineato che senza il principio della gratuità e del dono, l’economia diventa disumanizzante (CV 34). E Papa Francesco, nella Evangelii gaudium, ha denunciato l’idolatria del denaro e dell’esclusione (EG 53).
- Il relativismo identitario
La cultura woke, dal canto suo, offre un’altra antropologia problematica: la riduzione della persona a una identità particolare. Essere umano significherebbe appartenere a un gruppo definito da caratteristiche quali razza, genere, orientamento sessuale o religione. Questa visione risponde legittimamente alla necessità di riconoscere storie di oppressione, ma corre il rischio di assolutizzare la differenza e di negare la realtà e la dimensione universale della dignità umana.
Dal punto di vista cristiano, la persona non può essere ridotta a un’identità parziale, perché il suo valore non dipende da categorie sociali, ma dalla sua condizione di figlio di Dio. Pertanto, il cristianesimo sostiene che ogni identità trova la sua pienezza nella comunione.
- Il comunitarismo autoritario
Il post-liberalismo, nelle sue versioni più radicali, rischia di sostituire l’individualismo liberale con un comunitarismo autoritario. In questo contesto, la persona è definita quasi esclusivamente dalla sua appartenenza a una comunità culturale o religiosa, e la sua libertà è subordinata al progetto collettivo. Sebbene si cerchi di recuperare il bene comune, esiste il pericolo che la comunità sia concepita in modo esclusivo, come un «noi» che si afferma negando gli «altri».
La Chiesa riconosce l’importanza della comunità, ma avverte che essa deve essere sempre al servizio della persona. Come dice Giovanni Paolo ii: «Un’autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana» (Centesimus annus 46). Per questo il bene comune non può essere inteso come una totalità che schiaccia l’individuo, ma come un orizzonte che permette la realizzazione di tutti e di ciascuno.
- L’antropologia cristiana del dono e della comunione
Di fronte a queste antropologie riduzionistiche, la proposta cristiana si articola attorno a tre assi fondamentali:
- La dignità inalienabile della persona: ogni essere umano, creato a immagine di Dio, possiede un valore assoluto che non dipende dalla sua utilità economica né dalla sua appartenenza a un gruppo.
- La relazionalità costitutiva: l’essere umano si comprende solo in relazione agli altri. Per questo motivo, ogni persona può realizzarsi pienamente solo attraverso il dono sincero di sé.
- La vocazione universale alla comunione: tutte le persone sono chiamate a formare un’unica famiglia in Dio. Ciò esclude sia l’individualismo che il tribalismo.
- Conseguenze pratiche
Questa antropologia cristiana ha conseguenze concrete:
- In ambito economico, richiede strutture che rispettino la dignità di ogni lavoratore e promuovano la solidarietà.
- In ambito culturale, invita a superare le divisioni identitarie e a riconoscere la ricchezza della diversità nell’unità.
- In ambito politico, richiede istituzioni che garantiscano la libertà e la partecipazione, evitando sia la frammentazione che l’autoritarismo.
In definitiva, l’antropologia cristiana offre un criterio di discernimento di fronte alle antropologie riduttive del liberalismo, del woke e del post-liberalismo. Solo riconoscendo l’essere umano come persona, dotata di dignità, relazionalità e vocazione alla comunione, è possibile costruire un ordine sociale giusto e umano.
V Il bene comune: ricchezza e ambiguità del concetto
Il concetto di bene comune è centrale nella tradizione cristiana e nella Dottrina Sociale della Chiesa. Il Magistero lo ha presentato come criterio fondamentale di discernimento nella vita sociale, politica ed economica. Tuttavia, questo termine non è esente da ambiguità ed è spesso oggetto di interpretazioni divergenti: in alcuni casi, ridotto a un mero equilibrio di interessi; in altri, trasformato in una giustificazione per imporre un ordine ideologico o autoritario.
- Il bene comune nella tradizione della Chiesa
Il Concilio Vaticano ii, nella Gaudium et spes, ha offerto una delle definizioni più citate: «il bene comune – cioè l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (GS 26).
Questa definizione ha diverse implicazioni:
- Il bene comune non è un «tutto» astratto al di sopra delle persone, ma l’orizzonte che garantisce la realizzazione di ogni individuo.
- Comprende sia beni materiali (cibo, salute, alloggio, lavoro) che beni spirituali e culturali (istruzione, libertà religiosa, partecipazione politica).
- Richiede la partecipazione di tutti alla sua costruzione, il che si ricollega al principio di sussidiarietà.
Nella prospettiva cristiana, il bene comune non può mai essere separato dalla dignità della persona né dalla vocazione universale alla fraternità.
- Ambiguità nel discorso contemporaneo
Nel dibattito attuale, il concetto di bene comune è oggetto di tensioni tra diverse interpretazioni:
- Nel liberalismo: tende ad essere inteso come la somma dei beni individuali. Il bene comune si riduce a garantire la coesistenza pacifica e la massimizzazione degli interessi privati attraverso il mercato o il contratto sociale. Questa visione dimentica la dimensione trascendente e comunitaria dell’essere umano.
- Nella cultura woke: il bene comune tende a frammentarsi in una molteplicità di «beni» particolari legati a identità specifiche. L’orizzonte universale si dissolve in rivendicazioni parziali che, sebbene legittime, finiscono per entrare in conflitto permanente tra loro.
- Nel post-liberalismo: il bene comune può essere inteso come un progetto sostanziale imposto dall’alto a una comunità nazionale o a una parte della società. Invece di servire tutti, diventa una giustificazione per escludere coloro che non condividono la stessa visione.
In tutti e tre i casi emerge l’ambiguità: il liberalismo la diluisce, il woke la frammenta, il post-liberalismo la strumentalizza.
- La visione del bene comune nella Dottrina Sociale della Chiesa
La Dottrina Sociale della Chiesa propone un concetto di bene comune che supera questi limiti:
- Universalità: il bene comune appartiene a tutti e a ciascuno, senza esclusioni. Non è l’imposizione della maggioranza né il privilegio di pochi.
- Dimensione trascendente: il bene comune non si esaurisce nel materiale. Include l’apertura a Dio e la dimensione spirituale dell’essere umano.
- Partecipazione e sussidiarietà: la costruzione del bene comune richiede il coinvolgimento di tutti gli attori sociali, dalle comunità locali alle istituzioni globali.
- Orientamento verso i più vulnerabili: il bene comune si misura dai margini: se non include i poveri e gli emarginati, cessa di essere veramente comune.
Nella crisi ecologica, il bene comune esige una cura della casa comune che vada oltre gli interessi nazionali o aziendali. Laudato si’ ricorda che «la terra è essenzialmente un patrimonio comune» (LS 93). Nella crisi migratoria, il bene comune non può limitarsi alla sicurezza di pochi paesi, ma deve riconoscere la dignità e i diritti dei migranti. Fratelli tutti insiste sul fatto che
Se ogni persona ha una dignità inalienabile, se ogni essere umano è mio fratello o mia sorella, e se veramente il mondo è di tutti, non importa se qualcuno è nato qui o se vive fuori dai confini del proprio Paese. Anche la mia Nazione è corresponsabile del suo sviluppo, benché possa adempiere questa responsabilità in diversi modi: accogliendolo generosamente quando ne abbia un bisogno inderogabile, promuovendolo nella sua stessa terra, non usufruendo né svuotando di risorse naturali Paesi interi favorendo sistemi corrotti che impediscono lo sviluppo degno dei popoli. (FT 125)
- Verso una comprensione integrale
La sfida attuale consiste nel recuperare il senso autentico del bene comune di fronte alle sue caricature:
- Non è la semplice somma degli interessi (visione liberale).
- Non è la frammentazione in rivendicazioni parziali (visione woke).
- Non è l’imposizione di un ordine ideologico (visione post-liberale).
È piuttosto il compito condiviso e solidale di costruire condizioni sociali in cui ogni persona, e in particolare le più vulnerabili, possano prosperare.
VI La risposta di Fratelli tutti
Nell’ampio panorama della Dottrina Sociale della Chiesa, l’enciclica Fratelli tutti (2020) di Papa Francesco costituisce una risposta particolarmente lucida alle sfide poste dalla cultura woke e dal post-liberalismo, che purtroppo sono anche le radici della polarizzazione nelle nostre comunità cattoliche tra ultra-progressisti e ultra-conservatori. Di fronte a queste alternative parziali, Fratelli tutti propone un orizzonte universale di fraternità e amicizia sociale.
- La centralità della fraternità universale
L’enciclica parte da una constatazione: l’umanità sta attraversando una crisi di senso caratterizzata da indifferenza, scarto e violenza. In questo contesto, Papa Francesco ricorda che siamo tutti fratelli e sorelle, chiamati a riconoscerci in un’unica famiglia umana. Questa convinzione non si basa su affinità identitarie o contratti sociali, ma sulla verità teologica che tutti siamo stati creati dallo stesso Padre.
Il secondo capitolo dell’enciclica evoca la parabola del Buon Samaritano come paradigma della fraternità. Qui si mostra che il prossimo non è definito dall’appartenenza a un gruppo, ma dalla disponibilità a prendersi cura dell’altro, anche quando è diverso o considerato nemico. Di fronte alla logica del woke, che assolutizza la differenza, e di fronte al post-liberalismo, che tende ad assolutizzare l’appartenenza comunitaria, Fratelli tutti offre la logica della fraternità: nessuno può essere escluso dalla categoria di «fratello».
- Critica agli eccessi del liberalismo e del mercato
L’enciclica Fratelli tutti non è ingenua riguardo ai problemi strutturali che affliggono il mondo attuale. Il Papa denuncia la cultura dello scarto che riduce le persone a oggetti di consumo e mette da parte i deboli, i migranti e i poveri. Critica inoltre la fede cieca nel mercato come soluzione a tutti i problemi, ricordando che «il mercato da solo non risolve tutto» (FT 168).
In questo senso, l’enciclica coincide con alcune intuizioni del post-liberalismo nel denunciare l’individualismo e il neoliberismo. Tuttavia, lo fa senza ricorrere a proposte autoritarie o nostalgiche di una cristianità passata, ma invocando una nuova cultura di solidarietà globale.
- Critica al tribalismo e al populismo
Papa Francesco mette anche in guardia contro la tendenza a chiudersi in un’idea e a non vedere la realtà: «La vera saggezza presuppone l’incontro con la realtà» (FT 47). Il Papa argentino denuncia anche i populismi che manipolano i popoli con discorsi di odio e i nazionalismi che alzano muri invece di costruire ponti (FT 156). Queste critiche risuonano sia di fronte ai rischi della cultura woke – che assolutizza l’identità e non va incontro alla realtà – sia di fronte alle derive del post-liberalismo – che possono sfociare in nazionalismi esclusivi.
Fratelli tutti invita invece a una politica di grande visione, capace di cercare il bene comune al di là dei calcoli elettorali immediati. Una politica che si misuri dalla sua capacità di includere i più poveri, di accogliere i migranti e di garantire i diritti fondamentali a tutti. Una politica che, senza mescolare o frammentare l’ordine temporale e trascendente, contribuisca dal suo ruolo alla promozione di uno sviluppo umano, integrale e solidale di ogni persona e di tutta la persona nella sua dimensione individuale e sociale.
- Il dialogo come percorso
Uno dei temi centrali dell’enciclica è l’importanza del dialogo (FT, capitolo 6). Francesco sottolinea che la fraternità universale non si costruisce attraverso l’imposizione di un’ideologia, ma attraverso l’incontro sincero, il riconoscimento dell’altro e la ricerca condivisa della verità. Nelle parole dell’enciclica:
Tante volte ho invitato a far crescere una cultura dell’incontro, che vada oltre le dialettiche che mettono l’uno contro l’altro. È uno stile di vita che tende a formare quel poliedro che ha molte facce, moltissimi lati, ma tutti compongono un’unità ricca di sfumature, perché «il tutto è superiore alla parte» [EG 237]. Il poliedro rappresenta una società in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda, benché ciò comporti discussioni e diffidenze. Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo. Ciò implica includere le periferie. Chi vive in esse ha un altro punto di vista, vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si prendono le decisioni più determinanti. (FT 215)
Questa enfasi sul dialogo offre una risposta sia al relativismo del woke – che trasforma la verità in una questione di prospettive incommensurabili – sia alla tentazione autoritaria del post-liberalismo – che pretende di imporre una visione unica.
- La politica dell’amicizia sociale
Nella seconda parte dell’enciclica, Francesco sviluppa l’idea di una «amicizia sociale» che va oltre la semplice coesistenza. Non si tratta di una mera tolleranza reciproca, ma di costruire una vera comunità basata sulla solidarietà. Ciò implica:
- Promuovere la giustizia sociale e l’equità economica.
- Garantire la partecipazione politica di tutti, specialmente dei più vulnerabili.
- Favorire la riconciliazione e il perdono in contesti di conflitto.
L’amicizia sociale proposta in Fratelli tutti non è una categoria astratta, ma un progetto politico concreto che cerca di umanizzare le relazioni sociali e le istituzioni.
- L’apertura universale
Il Papa ricorda che:
L’aiuto reciproco tra Paesi in definitiva va a beneficio di tutti. Un Paese che progredisce sulla base del proprio originale substrato culturale è un tesoro per tutta l’umanità. Abbiamo bisogno di far crescere la consapevolezza che oggi o ci salviamo tutti o nessuno si salva. La povertà, il degrado, le sofferenze di una zona della terra sono un tacito terreno di coltura di problemi che alla fine toccheranno tutto il pianeta. Se ci preoccupa l’estinzione di alcune specie, dovrebbe assillarci il pensiero che dovunque ci sono persone e popoli che non sviluppano il loro potenziale e la loro bellezza a causa della povertà o di altri limiti strutturali. Perché questo finisce per impoverirci tutti (FT 137)
Infine (FT, capitoli 7 e 8), l’enciclica insiste sul fatto che la fraternità non può limitarsi ai confini nazionali né alle cerchie culturali di appartenenza. In un mondo globalizzato, l’amore per il prossimo deve tradursi in un’apertura universale che riconosca i diritti dei migranti, la responsabilità condivisa nei confronti del cambiamento climatico e la necessità di istituzioni internazionali più efficaci. In questo modo, Fratelli tutti amplia la nozione di bene comune su scala globale, proponendo una vera e propria etica mondiale della solidarietà.
VII Applicazioni pratiche in politica, economia e cultura
La Dottrina Sociale della Chiesa, e in particolare Fratelli tutti, non si limita a offrire principi astratti, ma è sempre orientata alla prassi incarnata nella realtà. L’insegnamento sociale della Chiesa cerca di illuminare l’azione concreta nei diversi ambiti della vita sociale. La proposta di fraternità universale e di amicizia sociale può tradursi in politiche e pratiche concrete nei campi della politica, dell’economia e della cultura.
1. In ambito politico
La politica, quando concepita come carità sociale, diventa una delle forme più elevate di carità. Non si tratta di mera gestione tecnica o di lotta per il potere, ma di servizio al bene comune. Alcune applicazioni concrete potrebbero essere:
- Promozione di una politica a lungo termine: di fronte alla logica elettorale a breve termine, la Chiesa invita a progettare politiche che pensino alle generazioni future, non solo alle prossime elezioni. Ciò è essenziale per affrontare la crisi ecologica, la povertà strutturale, la migrazione e la ricerca della pace mondiale.
- Difesa della dignità di tutti i cittadini: la politica deve garantire diritti fondamentali come l’istruzione, la salute, l’alloggio e un lavoro dignitoso, evitando ogni forma di discriminazione.
- Costruzione di consensi sociali: invece di favorire la polarizzazione, è necessaria una politica del dialogo, che integri diverse sensibilità intorno al bene comune.
In questo senso, Fratelli tutti si oppone sia all’elitarismo tecnocratico che al populismo esclusivo, proponendo invece una politica che nasca dall’ascolto del popolo e dall’apertura alla diversità.
2. In ambito economico
L’economia globale deve affrontare la sfida di superare la logica neoliberista che ha generato disuguaglianza, precarietà ed esclusione. La Dottrina Sociale della Chiesa offre qui orientamenti molto concreti:
- Subordinare l’economia al bene comune: il profitto legittimo non può essere l’unico criterio dell’attività economica. Per questo motivo, l’economia deve integrare la logica del dono e della gratuità.
- Promuovere il lavoro dignitoso: l’occupazione non deve essere ridotta a un costo di produzione, ma riconosciuta come una dimensione essenziale della dignità umana e della realizzazione integrale della persona.
- Promuovere l’economia sociale e solidale: cooperative, mutue e altre forme associative sono modi concreti per mettere in pratica la solidarietà. È ingiusto un sistema in cui un piccolo gruppo di persone possiede la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi, cercando, in ciascuna delle sue decisioni, la massimizzazione del profitto al di sopra del benessere dei lavoratori.
- Ecologia integrale: la produzione e il consumo devono tenere conto non solo del beneficio immediato, ma anche della cura della casa comune e del futuro delle prossime generazioni.
5. In ambito culturale
La crisi del liberalismo, la frammentazione del woke e la tentazione autoritaria del post-liberalismo sono, in fondo, espressioni di una crisi culturale. La proposta della Chiesa implica un rinnovamento culturale basato sulla fraternità. Alcune applicazioni potrebbero essere:
- Superare il relativismo e il populismo: la cultura contemporanea ha bisogno di riscoprire la possibilità di una verità condivisa e di un linguaggio comune per parlare del bene e della giustizia.
- Promuovere il dialogo interreligioso e interculturale: Nostra aetate e Fratelli tutti concordano sul fatto che la pace si costruisce attraverso l’incontro sincero tra culture e religioni.
- Rivalutare la memoria storica in chiave di riconciliazione: di fronte alla cancellazione o alla manipolazione ideologica della storia, la Chiesa propone una memoria che riconosca il dolore delle vittime, ma che apra vie di perdono e riconciliazione.
- Educare alla fraternità: la scuola, l’università e i vari corsi di formazione dovrebbero formare non solo alle competenze tecniche, ma anche alle virtù civiche e all’apertura verso l’altro.
La traduzione pratica della Dottrina Sociale della Chiesa consiste, in definitiva, nel vivere la fraternità universale in tutte le dimensioni della vita sociale. Ciò implica una politica concepita come servizio, un’economia al servizio dell’uomo e una cultura dell’incontro. Così, la visione di Fratelli tutti diventa un progetto concreto per trasformare il mondo contemporaneo, evitando sia le trappole del relativismo identitario, sia quelle dell’autoritarismo comunitarista.
Conclusione: la fraternità universale come alternativa cattolica
La cultura woke e il post-liberalismo, sebbene siano nati come risposta alla crisi del liberalismo contemporaneo, non riescono a offrire soluzioni adeguate e durature. La prima, assolutizzando l’identità, rischia di frammentare la società in tribù inconciliabili, cancellando l’orizzonte dell’universalità e del dialogo. Il secondo, cercando di sostituire la neutralità liberale con un ordine confessionale o comunitarista, corre il pericolo di cadere nell’autoritarismo e di strumentalizzare la fede per fini politici. Entrambi, in fondo, rivelano l’incapacità delle ideologie di rispondere pienamente alle domande fondamentali sull’essere umano, la giustizia e la convivenza.
La Dottrina Sociale della Chiesa, invece, offre una visione più ampia ed equilibrata. Il Magistero Pontificio insiste su due verità inseparabili: la vita umana è sacra e la vita umana è sociale. Da queste due certezze fondamentali derivano i principi della dignità della persona, della solidarietà, della sussidiarietà e del bene comune, come ha ricordato anche Papa Leone xiv nelle sue omelie e nei suoi discorsi nei primi mesi del suo pontificato. Questi principi della Dottrina Sociale della Chiesa consentono di superare le false antropologie sia del liberalismo individualista che degli estremismi identitari o autoritari.
Fratelli tutti sintetizza questo percorso proponendo la fraternità universale e l’amicizia sociale come risposta al mondo frammentato di oggi. Di fronte all’idolatria del mercato, denuncia la cultura dello scarto e reclama un’economia che metta al centro i poveri e i vulnerabili. Di fronte al relativismo del woke, ricorda che siamo tutti fratelli, senza eccezioni. Di fronte alla tentazione autoritaria del post-liberalismo, insiste sul fatto che la politica deve essere carità sociale e servizio al bene comune, non imposizione ideologica.
La fraternità universale non è un ideale astratto, ma una vocazione concreta che si traduce in politiche inclusive, economie solidali e culture dell’incontro. È l’alternativa cattolica alle insufficienze del liberalismo e dei suoi critici contemporanei. È, in ultima analisi, la via che risponde alla verità profonda dell’essere umano: creato a immagine di Dio, chiamato al dono di sé e destinato alla comunione eterna.
Come ricorda Papa Francesco:
Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli! (FT 8)
Questa è una proposta che la Chiesa offre agli esseri umani di oggi. Non si tratta quindi di un’altra ideologia nell’arena politica, ma di un invito a riscoprire ciò che ci unisce nel profondo, per costruire insieme un mondo in cui nessuno sia escluso, un mondo in cui il bene comune sia vissuto come realtà concreta e condivisa, e dove la fraternità universale sia l’orizzonte che guida le nostre azioni e la nostra esistenza.
1. Lezione tenuta al 10o Diploma internazionale in Dottrina sociale della Chiesa, organizzato dall’Academia de Líderes Católicos (originale in spagnolo), 13 sett. 2025.