
In una lettera pastorale di grande rilievo, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, propone una visione ambiziosa della Città Santa come «madre dei popoli» e «madre delle Chiese». Al di là dei conflitti che lacerano la Terra Santa, delinea una teologia della convivenza e dell’universalità chiamata a ispirare l’intera Chiesa. Thérèse Andrevon, che vive in Israele e dedica le sue ricerche al dialogo tra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico a partire dal Concilio Vaticano II, presenta questa riflessione che potrebbe segnare in modo duraturo il pensiero cattolico su Gerusalemme e la sua missione.
Un estratto dell’articolo di Thérèse Andrevon, in uscita nel numero 148/4 di ottobre 2026 della NRT.
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Il 25 aprile 2026, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, pubblicò una lettera pastorale intitolata: «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa1. Nonostante la sua modesta definizione di «lettera», questo documento di una trentina di pagine va oltre il quadro di una meditazione come quelle che egli pubblica regolarmente. Se contiene effettivamente delle direttive concrete, queste si trovano alla fine della lettera, dopo una riflessione magistrale sulla vocazione di Gerusalemme e della Chiesa locale.
Di fronte a comunità provate, a volte disperate, stanche e prive di chiavi di lettura spirituali, mentre vivono soggette al dramma del quotidiano, il Patriarca, che vive in Israele dal 1993, offre una visione. La metafora dominante è quella della maternità: Gerusalemme è la «madre di tutti i popoli», il «cuore del mondo» (cfr. Sal 87,5). In quanto madre, Gerusalemme accoglie, consola, guarisce senza escludere nessuno dei suoi figli. Come un grembo materno, li contiene tutti, «gli ebrei israeliani e gli arabi palestinesi, gli ebrei, i cristiani, i musulmani, i drusi, i samaritani, i bahá’í e di ogni altra confessione. Dio ci ha riuniti qui» (p. 8).
I Gerusalemme e Roma: dinamica di comunione e complementarità
Nelle colonne del blog Settimo Cielo, il professor Sergio Della Pergola ha mosso una critica feroce alla lettera pastorale del Patriarca, mettendo in discussione l’equilibrio delle sedi: «leggendo questo documento, si ha l’impressione che Gerusalemme sia il luogo più importante al mondo per la fede cattolica, e ci si può legittimamente chiedere quale sia allora il ruolo di Roma in questo caso2. » Della Pergola sottintende che la visione del Patriarca sia un’utopia scollegata dalla realtà, o addirittura che elevi Gerusalemme a concorrente di Roma. Se si può contestare nel complesso la sua critica alla lettera di Pizzaballa, l’interrogativo sul ruolo di Roma rispetto a Gerusalemme merita di essere preso in considerazione. La lettera pastorale del card. Pizzaballa definisce chiaramente la Chiesa di Gerusalemme «Chiesa madre» (p. 13), non solo nel passato, ma anche oggi, secondo una geografia della salvezza che egli evoca più sopra («ciò che lega il mondo intero a questo luogo va oltre la storia, la geografia e le pietre», p. 12). Certo, questa memoria di Gerusalemme come culla della Chiesa non è nuova, ma la sua forza di attrazione si è limitata per molto tempo alle «pietre sante» di una città storica contesa dagli imperi. È solo di recente, con l’emergere della consapevolezza delle «pietre vive» di Gerusalemme, che questa dignità di Chiesa madre si declina in modo diverso nella coscienza cristiana. È quindi opportuno chiarire questo rapporto tra Roma e Gerusalemme.
Roma non è il «cuore» della Chiesa cattolica in senso matrice, né un microcosmo della Chiesa universale. Roma non è la Chiesa madre. È la sede del successore di Pietro, e la sua centralità è al servizio della comunione universale e del consolidamento della fede: «E tu, quando ti sarai convertito, rafforza i tuoi fratelli» (Lc 22,32). Roma e Gerusalemme possono essere paragonate a Marta e Maria di Betania (Lc 10,38-42). Roma agisce alla maniera di Marta, dispiegando l’amministrazione e la sollecitudine per la cattolicità globale. Gerusalemme, invece, si colloca dalla parte di Maria. La sua missione non è il governo universale, ma la testimonianza della discesa permanente della Gerusalemme d’alto nella pasta umana. È il luogo geografico e spirituale che conserva la memoria della storia della salvezza.
Il card. Pizzaballa concepisce il rapporto tra la Chiesa universale e Gerusalemme come uno scambio di doni. Dalla Chiesa di Roma e delle nazioni, Gerusalemme riceve il sostegno materiale – una solidarietà che ricorda la colletta paolina per «i santi di Gerusalemme» (1 Cor 16,1-4) – e il flusso incessante dei pellegrini. In cambio, Gerusalemme offre al resto del corpo ecclesiale la custodia e la vitalità liturgica del patrimonio spirituale e si presenta come uno spazio di sperimentazione per il dialogo ecumenico, ebraico-cristiano e interreligioso.
L’identità particolare della Chiesa di Gerusalemme apre, infine, una prospettiva per la ricerca dell’unità della Chiesa universale. Restituendo visibilità teologica alla Sede di Gerusalemme, il cardinale – precisiamo che è il primo Patriarca di Gerusalemme ad essere stato elevato al rango di cardinale – invita implicitamente a superare lo storico confronto tra la Sede di Roma e la Sede ecumenica di Costantinopoli. Senza cadere in un anacronismo nostalgico, l’emergere della sede di Gerusalemme come terzo polo ecclesiale riattiva in parte la struttura della pentarchia della Chiesa indivisa3. La Chiesa madre ricorda in modo attuale a Roma e Costantinopoli la fonte viva della loro comunione.
Titolo della Lettera alla diocesi sul sito del Patriarcato latino di Gerusalemme
II Verso una nuova grammatica dell’internazionalità di Gerusalemme
La visione del Patriarca abbraccia la Terra Santa per raggiungere il mondo. Al crocevia delle civiltà, Gerusalemme costituisce un paradigma delle tensioni mondiali contemporanee, tra tradizione e modernità, universalismo e particolarismo, democrazia liberale e conservatorismo. La pace in questa città ha ripercussioni mondiali, ma richiede che la sua dimensione religiosa sia integrata nelle iniziative diplomatiche,
Ignorare questa dimensione «verticale» della nostra Terra, questa sensibilità religiosa e spirituale delle comunità che la compongono – ebraiche, musulmane e cristiane – è la ragione profonda del fallimento degli accordi di convivenza che si sono succeduti nel corso degli ultimi decenni. E anche i futuri accordi saranno destinati al fallimento se non si terrà conto del carattere particolare, in quanto profetico, di Gerusalemme. (p. 15)
Di fronte alle critiche che gli rimproverano una visione utopica, il Patriarca rivendica il diritto e il dovere di far sentire la propria voce nella sfera pubblica. Sposta così i confini del dibattito politico e il suo discorso si concentra sulla riflessione sull’organizzazione della polis al servizio degli abitanti. Nel valutare i fallimenti dei processi di pace, opera una distinzione tra internazionalità politica e universalità spirituale, aprendo così un altro approccio per pensare e costruire la coesistenza a Gerusalemme.
Ricordiamo innanzitutto il percorso storico dell’idea di internazionalizzazione della città di Gerusalemme4. Nel 1947, la risoluzione 181 dell’ONU prevedeva di dotare la città di uno status di corpus separatum. Sebbene il motivo principale risiedesse nella protezione dei Luoghi Santi, tale zona copriva in realtà circa 175 km² – inclusa Betlemme – e prevedeva una governance territoriale completa: un governatore internazionale nominato dall’ONU, una propria forza di polizia, una zona franca economica, una cittadinanza distinta e un consiglio legislativo eletto. All’epoca, la Santa Sede sostenne attivamente questa opzione poiché offriva solide garanzie per l’accessibilità dei santuari. Essa era inoltre in linea con le riserve del Vaticano nei confronti del progetto sionista: la pretesa di esercitare una sovranità ebraica sulle terre della cristianità era inaccettabile. Questa soluzione internazionale non vide tuttavia mai la luce a causa dei successivi conflitti armati. Successivamente, l’Accordo fondamentale tra la Santa Sede e lo Stato di Israele del 30 dicembre 1993 apportò importanti modifiche diplomatiche tra i due partner. Il Vaticano mantenne comunque la sua rivendicazione di uno «status speciale» garantito a livello internazionale per i Luoghi Santi.
Pur rimanendo fedele alla diplomazia romana – di cui riconosce implicitamente l’inapplicabilità ad oggi – e difendendo lo statu quo dei Luoghi Santi delle tre religioni, il card. Pizzaballa ne evidenzia i limiti nel nuovo contesto post-7 ottobre, poiché «l’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata uno dei principali criteri di interpretazione delle relazioni tra le comunità, generando spesso divisione e violenza» (p. 17).
Gerusalemme non può essere ridotta a un insieme di santuari da proteggere, mediante una suddivisione territoriale delle sovranità. Per riprendere un’altra metafora di Gerusalemme presente nelle Scritture, e citata nell’Apocalisse: Gerusalemme è una sposa. Non si prende una sposa con la forza. Né si può smembrarla, come la concubina del cupo episodio del libro dei Giudici (Gdc 19–21). Infine, Gerusalemme non si divide: ciò che si condivide è la vita al suo interno – poiché essa non è il bottino di nessuno, ma il patrimonio di tutta l’umanità.
Il card. Pizzaballa non nega nemmeno l’importanza di distinguere le identità, ma queste devono essere riunite in modo organico e inclusivo su una terra che è la casa di tutti. Se le tre religioni monoteistiche riusciranno a condividere lo spazio a Gerusalemme riconoscendo la legittimità di ciascuna, ciò dimostrerà che la religione può fungere da chiave di volta per la pace.
Il ruolo della comunità internazionale non deve quindi essere quello di proporre risposte preconfezionate per risolvere un problema, ma di garantire giuridicamente la missione universale di Gerusalemme a partire dalla realtà sul campo. I diplomatici devono per questo essere consapevoli che l’infrastruttura di Gerusalemme deve essere al servizio della sua sovrastruttura spirituale, e non il contrario.
Il Patriarca non difende quindi un’idea astratta di pace. La sua universalità affonda le radici nel particolare: le pietre della Città Vecchia, i volti dei fedeli (ebrei, cristiani, musulmani), il tracciato delle strade, la sofferenza concreta degli abitanti. Ed è nel vuoto lasciato dalla carenza del diritto e della politica che la Chiesa dispiega la sua missione specifica. Attraverso le sue scuole, i suoi ospedali e le sue parrocchie, ricompone pazientemente il tessuto sociale interreligioso. In definitiva, è la teologia biblica del «piccolo resto» che il Patriarca offre come segno di speranza. I frammenti di umanità concreta – e non le grandi organizzazioni internazionali che sono in crisi – saranno i veri artefici della ricostruzione. «Il crollo del sistema internazionale ha, in questo, almeno il merito di aver ridato visibilità e dignità a coloro che non avevano mai smesso di lavorare sul campo» (p. 7). Internazionalità e universalità potrebbero unirsi per ricostruire le rovine di Gerusalemme. Questo processo si inserirà nel lungo corso della storia, ma costituisce l’unica via percorribile. La lettera pastorale del cardinale Pizzaballa farà epoca.
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1 Card. P. Pizzaballa, Lettera pastorale «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa, Gerusalemme, Patriarcato Latino di Gerusalemme, 25 aprile 2026, in corso di pubblicazione, disponibile qui. Le pagine indicate sono quelle del documento scaricato.
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2 S. Della Pergola, « Il cardinale non ha capito o non vuole capire », sul blog Settimo Cielo di Sandro Magister, 19 maggio 2026. Della Pergola è professore emerito dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ed è riconosciuto come il demografo e statistico più rinomato del mondo ebraico. Non si può che rimanere stupiti dalla sua replica al Patriarca, che non è all’altezza di un discorso accademico e sospetta che il cardinale induca opinioni politiche sotto le spoglie della teologia, come gli fa notare Alon Goshen Gottstein qui.
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3 È vero che, in questa struttura, la Chiesa di Gerusalemme aveva avuto solo un ruolo onorifico, ma nell’epoca in cui viviamo, nulla impedisce di pensare che possa svolgere un ruolo più significativo.
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4 Città con status internazionale sono esistite sotto l’egida della Società delle Nazioni per Danzica (1920-1939) e dell’ONU per Trieste (1947-1954). Queste esperienze si sono concluse con un fallimento poiché tali regimi artificiali ignoravano le realtà sul campo e diventavano zone di attrito geopolitico. Oggi, in metropoli come New York, Ginevra o Bruxelles, l’extraterritorialità è strettamente limitata ai soli edifici delle organizzazioni internazionali.