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Il «meraviglioso segno» del presepe, secondo l'espressione usata da Papa Francesco nella sua Lettera apostolica Admirabile signum (1° dicembre 2019) «sul significato e il valore del presepe», non è solo una pittoresca tradizione di fine anno. Si tratta di un fenomeno di grande complessità, che riguarda allo stesso tempo l'arte cristiana, la pietà popolare, la paraliturgia e la psicologia religiosa. Molto più che una decorazione, è un vero e proprio atto teologico, una proclamazione visiva del mistero dell'Incarnazione che invita a un incontro personale e comunitario con il divino.
I Oltre la leggenda: l'innovazione di Greccio e l'esuberanza della devozione
La storia popolare attribuisce spesso a San Francesco d'Assisi l'invenzione del presepe nella sua forma attuale. Tuttavia, la realtà storica di Greccio nel 1223 è molto diversa dall'immagine idealizzata che abbiamo conservato1. Francesco, dopo il suo viaggio in Terra Santa, non voleva creare un “oggetto decorativo”, ma un'esperienza spirituale totale. La sua genialità fu quella di spostare la liturgia: chiese che la messa di mezzanotte fosse celebrata all'aperto, in una grotta, su una mangiatoia (praesepium) piena di fieno, tra un bue e un asino veri. In quell'occasione non c'erano né statue né statuine. Lo scopo di Francesco era quello di permettere ai fedeli di vedere “con gli occhi del corpo” le sofferenze e l'indigenza del neonato di Betlemme. L'obiettivo fondamentale era la condivisione di un'esperienza da parte di tutti i partecipanti, una “Miterlebnis”, per riprendere un'espressione di Max Scheler: spogliarsi della propria qualità di spettatore esterno per partecipare pienamente alla scena.
È solo a partire dal XVI secolo che il presepe tridimensionale, con le sue statuine rimovibili, si diffonde, in particolare sotto l'impulso dei gesuiti. La pietà popolare si è allora appropriata di questo supporto per trasformarlo in un vero e proprio «teatro del mondo». A volte questo fervore sfociava nella stravaganza, come nella collezione della duchessa Piccolomini del 1567, che contava 116 statuine tra cui una giraffa, un centauro e un unicorno, o nel lusso degli orafi napoletani, dove persino i cappelli dei pastori brillavano di perle. Se questi eccessi sono stati criticati come “capucinades” dai razionalisti del XVIII secolo, essi rivelano in realtà un profondo desiderio di mostrare che tutta la creazione, anche immaginaria, partecipa alla festa del Messia d'Israele.
II Una comprensione dell'Incarnazione: inculturazione e attualità
La presenza di santoni provenzali, personaggi in costumi del XIX secolo o mestieri contemporanei ai piedi del Bambino Gesù non è un anacronismo ingenuo, ma un atto di inculturazione della fede. Come sottolinea il Direttorio sulla pietà popolare, quest'ultima deve utilizzare gli elementi culturali di un determinato ambiente per interpellare efficacemente la sensibilità dei fedeli. L'immaginario popolare, aggiungendo un fornaio, un fabbro o un musicista, intende esprimere che nel mondo nuovo inaugurato da Gesù c'è posto per tutto ciò che è umano. La Natività non è più un evento storico lontano, ma una realtà che si svolge qui e ora, nel nostro villaggio. Questi santoni rappresentano la «santità quotidiana», mostrando che Gesù condivide la sua vita divina con noi nei gesti più ordinari della vita quotidiana. Il presepe diventa così un «Vangelo vivente» che avvicina i misteri della vita di Cristo alla nostra quotidianità.
III Una cristologia del paradosso: dall'alto e dal basso
Il presepe ci pone al centro di una feconda tensione cristologica. Esprime contemporaneamente una cristologia dal basso e una cristologia dall'alto.
La cristologia dal basso si manifesta nell'accento posto sulla povertà radicale e sulla fragilità del Bambino. Gesù giace in una mangiatoia per animali, prefigurando già la spoliazione della Croce. Contemplando questo «bambino muto», tocchiamo con mano l'umiltà di Dio che si abbassa alla nostra piccolezza. Questa prospettiva permette a ogni volto dell'umanità, soprattutto ai più poveri e agli emarginati, di riflettersi nella scena, perché sono i «privilegiati di questo mistero».
Nonostante il suo silenzio, questo bambino è presentato fin dall'inizio come il Soggetto trascendente di tutta la storia, manifestando così una cristologia dall'alto. I titoli che la liturgia e gli evangelisti gli attribuiscono (Signore, Figlio dell'Altissimo, Emmanuele) affermano la sua trascendenza divina e la sua preesistenza.
Il presepe realizza la sintesi di queste due dimensioni: ci permette di «conoscere visibilmente Dio per essere trasportati verso l'amore delle realtà invisibili». Essa mostra che la salvezza non viene da un sistema astratto, ma dall'incontro con una Persona la cui «gloria nascosta» si manifesta nella carne2.
IV Atteggiamento liturgico: la contemplazione e la gioia dell'infanzia
Il presepe richiede un atteggiamento spirituale specifico, molto simile a quello proposto da Sant'Ignazio di Loyola negli Esercizi spirituali. Il fedele è invitato a diventare «un piccolo povero», a servire le persone presenti nella scena (Maria, Giuseppe, il Bambino) e ad appropriarsi intimamente degli eventi.
Il primo punto è vedere le persone: vedere la Madonna, Giuseppe, la serva e il Bambino Gesù dopo la sua nascita, rendendomi come un piccolo povero e un piccolo schiavo indegno che li guarda, li contempla e li serve nei loro bisogni, come se fossi presente, con tutto il rispetto e la riverenza possibili. E poi riflettere dentro di me per trarne qualche beneficio. Il secondo punto. Osservare ciò che dicono, prestare attenzione e contemplarlo, e, riflettendo dentro di me, trarne qualche beneficio. Il terzo punto. Guardare e considerare ciò che fanno: viaggiare e faticare affinché il Signore nasca nella più grande povertà e, al termine di tante prove, dopo la fame, la sete, il caldo e il freddo, gli oltraggi e gli affronti, muoia sulla croce; 3 e tutto questo per me. Poi, riflettendo, trarne qualche profitto spirituale. (Esercizi spirituali 114-116)
Questa contemplazione non è un esercizio solitario, ma esprime il bisogno di stare insieme intorno alla grotta, abolendo la distanza tra l'evento e coloro che vi partecipano. Di fronte alla minaccia di «liturgie tristi» o troppo concettuali, il presepe offre un «rituale felice». È una «scuola di vita» dove si impara che la vera gioia non consiste nel possedere molte cose, ma nel sapersi amati dal Signore.
Invitandoci a ritrovare il nostro spirito infantile, il presepe ci insegna a guardare il mondo con meraviglia. Ci libera dai «vincoli» dei nostri sofisticati processi di dominio per riportarci alla realtà suprema: un Dio che si rende presente nell'oscurità delle nostre notti per rispondere alle nostre domande più profonde. Anche nell'era dei satelliti, l'umanità ha sempre bisogno di tornare a Betlemme per vivere pienamente questo mistero d'amore, per ascoltare il Gloria degli Angeli che collegano il cielo alla terra. Alban Massie s.j.
Note a piè di pagina
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1 Riprendo l'articolo ben documentato di Roger Mols s.j., «Histoire de la crèche de Noël d'après un ouvrage récent», NRT 81-10 (1959), p. 1049-1072.
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2 Questo può forse aiutarci a discernere ciò che è scandaloso da ciò che è accettabile riguardo ai presepi moderni, spesso provocatori, a volte belli, che costringono ad accogliere un'immanenza nell'Incarnazione. Rimando alla polemica sul presepe della Grand-Place di Bruxelles di quest'anno e ricordo (vedi sopra) che il primo presepe della storia non aveva volto, ma proponeva alla contemplazione solo una mangiatoia vuota!